Apple potrebbe lanciare un servizio premium per ascoltare i podcast

Intanto alcuni dubitano che Spotify riuscirà a fare soldi grazie agli investimenti nel settore. E poi i podcast degli estremisti di destra negli Usa, le scuse di Michael Barbaro e i consigli d'ascolto

Ciao! Io sono Andrea Federica de Cesco e questa è Questioni d’orecchio, la mia newsletter dedicata al mondo dell’audio parlato: podcast e audiolibri, ma non solo.

Ho creato un sondaggio per raccogliere dati di prima mano, nello specifico sull’ascolto di podcast. Ti va di rispondere e di farlo girare? Poi pubblicherò i risultati in una prossima edizione della newsletter. Grazie fin d’ora per il tuo contributo!

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Apple potrebbe lanciare un servizio premium per i podcast

Apple starebbe discutendo con i propri partner sulla possibilità di lanciare un servizio di abbonamento per i podcast. La notizia è stata diffusa qualche giorno fa da The Information prima e da Bloomberg poi. Dalle indiscrezioni non è chiaro se si tratterebbe di un servizio premium per offrire agli iscritti la possibilità di ascoltare podcast esclusivi (la notizia dell’intenzione di Apple di creare o comprare contenuti originali, tra cui spin-off audio delle serie tv e dei film disponibili su Apple TV+, risale a qualche mese fa e lo scorso settembre l’azienda ha assunto Jake Shapiro, cofondatore ed ex ceo di RadioPublic, per guidare il team podcast incaricato di creare partnership con i creator). Oppure se Apple stia pensando di rendere a pagamento l’accesso a Apple Podcasts, l’app per l’ascolto di podcast preinstallata sui dispositivi Apple.

Sebbene sia da sempre l’app più usata per ascoltare podcast, Apple non si è mai adoperata per trasformarli in una fonte di entrate (non ha mai venduto pubblicità, per esempio). Questo sarebbe il suo primo tentativo in tal senso, anche se non è detto che proseguirà nel progetto. D’altra parte, molti nel mondo del podcasting stanno puntando sul modello di business basato sull’abbonamento e l’azienda di Cupertino parte in vantaggio: centinaia di milioni di persone possiedono dispositivi Apple e decine di milioni di utenti Apple usano l’app preinstallata sui loro device per l’ascolto dei podcast.

Però - come avevo già scritto in passato - ancora non è così scontato che qualcuno scelga di pagare per ascoltare podcast, dal momento che ne esistono centinaia di migliaia gratuiti (a questo proposito, The Information si chiede se non sarà proprio Apple a dare una mazzata ai podcast free). Luminary, app nata nell’aprile 2019 con l’obiettivo di diventare il Netflix dei podcast, finora ha avuto scarso successo. E qualche mese fa si era vociferato che anche Spotify stesse soppesando l’ipotesi di creare un servizio di abbonamento per podcast, ma poi non se n’è fatto nulla.

In ogni caso, quando venerdì scorso (15 gennaio) The Information ha pubblicato la notizia riguardante Apple le azioni di Spotify - il principale competitor di Apple sul fronte dei podcast - sono crollate di quasi il 7%.

Spotify riuscirà mai a fare soldi con i podcast?

Spotify sta puntando moltissimo sul settore. Negli ultimi due anni ha investito circa 900 milioni di dollari per acquisire aziende che si occupano di podcast o per concludere accordi come quello per distribuire in esclusiva The Joe Rogan Experience. Tre anni fa ospitava appena 2.500 podcast. Oggi ne ospita oltre 1,9 milioni, ascoltati dal 22% dei suoi 320 milioni di utenti. E in un numero crescente di mercati sta scalzando Apple come app preferita per l’ascolto.

Eppure, come riporta Bloomberg, i marketer sono restii a investire nelle pubblicità podcast. Anche per un problema di dati: è impossibile sapere con certezza quante persone ascoltano una certa promozione, perché i servizi dedicati sono in grado di registrare quante volte un podcast è stato scaricato ma non quante è stato ascoltato. Per risolvere il problema Spotify un anno fa ha lanciato anche per i podcast una tecnologia nota come “streaming ad insertion”: l’annuncio pubblicitario viene pubblicato solo quando l’ascoltatore arriva a un certo punto dell’episodio e così gli operatori del marketing hanno la garanzia di pagare soltanto per annunci che vengono effettivamente ascoltati (o almeno riprodotti).

Ma non basta. Molti continuano a vedere il settore del podcasting come una nicchia (e in effetti ancora lo è, se lo si paragona ad altri mercati). Altri si domandano se Spotify non stia spendendo un sacco di soldi per quella che in realtà non è altro che una bolla. Spotify però non demorde. Scrive Bloomberg:

I dirigenti di Spotify parlano con una certa sicurezza di come il podcasting risolverà il problema di redditività dell'azienda. Se succede, ci vorrà del tempo. [Daniel] Ek (ceo e cofondatore di Spotify, ndr) ha venduto agli investitori l’immagine di un futuro in cui i programmi di Rogan e dei reali (il principe Harry e Meghan Markle, autori di Archewell Audio, ndr) riducono la dipendenza di Spotify dalle etichette discografiche e la portano alla redditività. I vari accordi stipulati gli hanno fatto guadagnare tempo per mantenere quella promessa: il prezzo delle azioni della società è più che raddoppiato nel 2020 e la sua valutazione è passata da circa 27 miliardi di dollari a oltre 60 miliardi. Ma le vendite di annunci sono rimaste sostanzialmente invariate e le stime indicano perdite superiori a 300 milioni di dollari.

Un duro giudizio rispetto alla strategia di Spotify nel podcasting è arrivato da un’analisi della banca d’investimento Citi:

Non emergono benefici materiali dai recenti investimenti nei podcast. Ad oggi non abbiamo notato un’inflessione positiva nei download dell’app o nelle iscrizioni Premium.

A detta di Bloomberg Spotify per trasformarsi in una società che fa soldi dovrebbe puntare a diventare un’azienda multimediale, organizzando eventi legati ai podcast preferiti degli utenti e vendendo merchandising. Ma prima ancora dovrebbe trovare il prossimo Joe Rogan e ampliare la propria audience.

«Un pericoloso veicolo di disinformazione»

L’accordo con il podcast di Joe Rogan è stato senza dubbio un colpo grosso per Spotify. Ma ha rappresentato anche una fonte di grane a causa dei contenuti trattati dal podcaster. Torniamo così al tema della sfida della moderazione dei contenuti audio, di cui vi avevo già parlato settimana scorsa. AP ha pubblicato un’inchiesta, a cui se n’è poi aggiunta un’altra di Business Insider, in cui racconta come i podcast si sono rivelati un pericoloso veicolo di diffusione di disinformazione e di teorie cospirazioniste rispetto alle elezioni presidenziali statunitensi. Alcuni degli show disponibili su Google e su Apple hanno diffuso la teoria complottista QAnon, hanno dato eco alle false affermazioni di Donald Trump secondo cui le elezioni sono state truccate e hanno dato voce ad altri estremismi.

Account che sono stati banditi sui social media per avere diffuso disinformazione riguardo alle elezioni, per minacce o bullismo e per la violazione di altre regole continuano a vivere come podcast disponibili sulle piattaforme dei giganti della tecnologia.

Un esempio su tutti. L’8 gennaio YouTube ha rimosso il canale di Steve Bannon “Bannon’s War Room” dopo che l’ex consigliere di Trump ha diffuso falsità sui risultati delle elezioni e ha chiesto la decapitazione dell’immunologo statunitense Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Disease. Ma lo show è ancora disponibile in versione audio su Apple e su Google (proprietario di YouTube), mentre Spotify lo aveva già rimosso a novembre.

Spotify ha riferito che elimina i podcast che infrangono le sue politiche contro l'incitamento all'odio e le violazioni del copyright o che trasgrediscono qualsiasi legge, utilizzando «misure di rilevamento algoritmico e umano» per identificare le violazioni. Le linee guida di Apple vietano i contenuti illegali o che promuovono violenza, sesso esplicito o droghe o che sono «altrimenti considerati osceni, discutibili o di cattivo gusto». Apple non ha però specificato quali sono le sue linee guida sui contenuti o sulla moderazione. E Google non ha voluto spiegare ad AP la discrepanza tra ciò che è disponibile su YouTube e ciò che si trova su Google Podcasts, dicendo solo che il suo servizio di podcast «indicizza l'audio disponibile sul web» in modo molto simile alla maniera in cui il suo motore di ricerca indicizza le pagine web. La società ha affermato di rimuovere i podcast dalla sua piattaforma «in circostanze molto rare, in gran parte guidate dalla legge locale».

Le scuse di Michael Barbaro

Infine, un aggiornamento sull’“affaire Caliphate”. In seguito allo scandalo legato alla serie audio del New York Times almeno quattro stazioni radiofoniche statunitensi hanno sospeso la trasmissione di The Daily, un altro - celeberrimo - podcast del Nyt. E Micheal Barbaro, l’host di The Daily, si è scusato su Twitter per avere scritto «in modo impulsivo» a persone che avevano commentato la faccenda e per avere bloccato su Twitter diversi utenti che avevano espresso perplessità nei confronti di «un producer di Caliphate».

Podcast e audiolibri: i consigli d’ascolto

Concludo, come sempre, con i consigli di ascolto (in italiano): due podcast e due audiolibri.

  • A inizio gennaio ha esordito Don Chiosciotte Podcast, talk di attualità economica «che combatte con i dati i mulini a vento della comunicazione politica» condotto da Oscar Giannino con Carlo Alberto Carnevale Maffè e Renato Cifarelli (i tre avevano già condotto insieme il programma I conti della belva su Radio 24, trasferitosi poi su Radio Capital con il nome Le belve). Ogni sabato i tre discutono per circa un’ora riguardo a un determinato tema di politica economica, analizzandolo e approfondendolo anche con il contributo di ospiti. Sabato scorso (16 gennaio) si sono occupati, per esempio, di Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) insieme a Elena Bonetti, docente di analisi matematica ed ex ministra per le politiche per la famiglia di Italia Viva. Giannino, Carnevale Maffè e Cifarelli conducono anche Mulini a vento, spin-off di Don Chiosciotte Podcast in cui «con dati e numeri alla mano» intervistano protagonisti dell’economia, della politica o della società. Nell’ultima puntata, uscita ieri (19 gennaio), i tre danno voce al professore di informatica Alfonso Fuggetta per parlare di ricerca applicata, trasferimento tecnologico e innovazione. Entrambi i podcast hanno come partner produttivo DigitalMDE.

  • Diego Cugia è un giornalista, scrittore, regista e autore radiofonico di origini sassaresi nato a Roma nel 1953. Molti, però, lo conoscono per il personaggio di fantasia nato dalla sua penna: Jack Folla, un dj condannato a morte negli Stati Uniti al quale viene concesso di trasmettere su una radio italiana «la musica della sua vita». Jack Folla, con la voce inconfondibile del doppiatore e attore Roberto Pedicini, era il protagonista di Alcatraz, programma di Radio 2 andato in onda dal 1998 al 2002 da cui nacquero una serie tv e un libro. Ora Jack Folla è ricomparso. Non più con la voce di Pedicini, ma con quella del suo autore, Cugia, che ha scritto un nuovo libro sul dj e ha realizzato nuove puntate di Alcatraz. Ma Jack Folla è tornato anche nella veste inedita di amico d’infanzia del mitico Capitano Ultimo (al secolo Sergio De Caprio), l’ex capitano dell'unità Crimor dei Ros dei Carabinieri noto soprattutto per aver arrestato Totò Riina il 15 gennaio 1993. I due sono i protagonisti di Ultimo. Capitano ribelle, podcast originale Audible in sette puntate da mezz’ora l’una. Interessante la cornice narrativa - fittizia - in cui emerge la storia di Ultimo: l’ex carabiniere si reca a Terre Haute (Indiana, Usa) per fare visita all’amico che sta per essere giustiziato e gli racconta episodi inediti della sua vita, a partire dall’omicidio di uno dei suoi maestri, il magistrato antimafia Giovanni Falcone.

  • Steve Jobs non abita più qui è stato forse uno dei libri italiani più citati e più acclamati del 2020. Il volume raccoglie le cronache delle numerose incursioni del giornalista Michele Masneri in California, dalle lamentale dei vicini di casa di Mark Zuckerberg alle discussioni sulle sorti del pianeta con Jonathan Franzen. Ora è disponibile anche in versione audiolibro, su Storytel: dura 8 ore e 34 minuti ed è letto dall’attore Mino Manni.

  • Un altro libro di cui l’anno scorso si è parlato parecchio è Le ragazze stanno bene di Giulia Cuter e Giulia Perona, autrici della newsletter e del podcast Senza rossetto. Nel saggio le due scrittrici uniscono le loro esperienze personali e le storie di donne che hanno incontrato nel loro cammino con i dati oggettivi per raccontare quali sono le sfide e le possibilità che si aprono di fronte a una giovane donna oggi. Il libro ha un’unica voce narrante, interpretata nell’audiolibro su Audible dalla doppiatrice Ilaria Stagni. La durata della versione audio è di 5 ore e 9 minuti.


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