Come si fa un podcast? La guida di Jonathan Zenti, produttore di podcast e audiodocumentari

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Questioni d'orecchio, la mia rubrica dedicata a podcast e audiolibri



In questi giorni di quarantena collettiva, misura fondamentale per contrastare la diffusione del coronavirus, le ricerche online su come realizzare un podcast sono aumentate in tutto il mondo, Italia compresa. L’obbligo di stare in casa in effetti ha indotto diverse persone a sperimentare nuove attività, tra cui appunto quella di produrre un podcast. Ma come si fa, nel concreto? L'ho chiesto a Jonathan Zenti, uno dei migliori produttori di podcast (l'ultimo si intitola Problemi) e audiodocumentari del nostro Paese. «Innanzitutto bisogna metterci le mani: già dopo i primi tentativi qualcosa viene fuori», spiega Zenti, responsabile dei contenuti di Voxnest, società proprietaria di Spreaker (la prima piattaforma per il podcasting in Italia). «L’ideale è provare a fare qualcosa ogni volta diverso, perché così si impara. Per partire si può usare quello che abbiamo in casa. Esistono numerosi tutorial (come Dpen, che trovate qui, ndr). Alcuni consigliano di usare microfoni e schede audio, strumenti che ora è difficile reperire. Ma all’inizio va benissimo un qualsiasi pc».

Il luogo ideale dove registrare

Uno dei primi aspetti da tenere in considerazione è il luogo dove realizzare le nostre registrazioni. «Quando si fa una registrazione domestica è importante essere circondati da superfici morbide. Così mentre parliamo il suono non “sbatte” come sbatterebbe sul legno o sulle pareti, ma viene assorbito. In questo senso il suono è come l’acqua: servono materiali che lo assorbano anziché rifletterlo», spiega Zenti, che si occupa anche di formare podcaster. Va bene chiudersi in bagno o nell’armadio (come ha fatto in questi giorni Ira Glass, il conduttore e produttore di This American Life). Ma bisogna coprire le pareti con coperte, asciugamani o tappeti e ricordarsi di tappare anche la parte superiore a circa un metro sopra la testa. «In sostanza dobbiamo ricreare la tana che costruivamo in casa da bambini. Dev’essere uno spazio piccolo e morbido». Zenti raccomanda poi di usare sempre le cuffie mentre si registra: «Le cuffie sono come il mirino della macchina fotografica. Quello che entra dal microfono è diverso da quello che sentiamo. Uno dei primi acquisti da fare sono quindi delle cuffie professionali, che non risaltino alcuna frequenza».

Che cosa serve per iniziare

Oltre alle cuffie, le cose fondamentali da avere sono un microfono, ossia uno strumento in grado di ricevere la voce e di mandarla a un altro strumento che registra (per esempio il microfono del pc, del telefono o del tablet oppure delle cuffie dotate di microfono), una piattaforma di hosting (come Spreaker, disponibile per pc, smartphone e tablet) e delle piattaforme di distribuzione. «Si può iniziare a fare un podcast senza dover comprare nulla», ribadisce Zenti. «Il cammino creativo di ciascuno è personale, ma è utile ricordare che quando si lavora sull’audio le tre leve a nostra disposizione sono la voce, la musica e i suoni. Da come le combiniamo possiamo creare qualcosa di interessante dal punto di vista sonoro».

Il sound design

Da un punto di vista tecnico, nella produzione di un podcast riveste particolare importanza il sound design, usato per creare l’ambientazione, l’atmosfera. Per esempio, fanno parte del sound design i suoni e i rumori che sentiamo durante un programma audio. Zenti produce tutti gli elementi sonori dei suoi podcast e audiodocumentari. In alternativa, si possono trovare diversi suoni liberi da diritti su Freesound. Ed è possibile recuperare qualcosa anche cercando su Spotify. Oppure c’è Epidemic Sound, piattaforma su abbonamento per comprare suoni e musica (chi usa Spreaker ha uno sconto). «I vari elementi vanno aggiunti mano a mano che ci viene da farlo e poi in base a se ci piacciono o meno possiamo aggiustare il tiro».

Attenzione al copyright sulla musica

Per quanto riguarda la musica bisogna fare attenzione a non utilizzare brani coperti dal diritto d’autore. «Poiché a livello legale il podcast non è uno streaming ma un download di un contenuto, il file deve avere tutti i diritti d’autore liberati, come se fosse un film», spiega Zenti. «Qualora un nostro podcast risultasse in violazione del copyright saremmo costretti a eliminarlo. Se non possiamo permetterci di comprare una licenza, visto che sono molto care, possiamo provare a produrci la nostra musica da soli o pagare qualcuno per farlo». D’altra parte esistono anche canzoni libere dai diritti d’autore. In base alla legge italiana e alla normativa dell’Unione Europea, un’opera diventa di pubblico dominio, e quindi liberamente utilizzabile, decorsi 70 anni dalla morte del suo autore.

Quali microfoni scegliere

Come abbiamo accennato prima, per iniziare a fare un podcast non servono microfoni particolari. Ma abbiamo comunque chiesto qualche consiglio a Zenti nel caso in cui vogliate procurarvi uno strumento più performante, magari a quarantena finita. «I microfoni sono come gli obiettivi della macchina fotografica», commenta il responsabile dei contenuti di Voxnest. «Un microfono usb da singolo va bene se prevedete di parlare da soli. In caso di conversational (ossia voi che parlate con qualcun altro) bisogna passare a un livello elaborato e avere una scheda audio (vale a dire, un preamplificatore e mixer che si collega al pc tramite usb) e due microfoni audio». Al momento dell’acquisto di un microfono la scelta è fra microfoni a condensatore e microfoni dinamici. Quale tipologia preferire? «Vanno bene entrambi. I primi sono più delicati: raccolgono la qualità della voce in modo più preciso, definito e ricco, ma tirano su un po’ di tutto (come il rumore nella stanza o quello della saliva). I secondi invece sono più duretti: rendono la voce in maniera meno musicale, ma tirano su meglio i vari suoni». Come spiega Zenti, in ambito musicale si usano i microfoni a condensatore in studio di registrazione e microfoni dinamici sul palco. Un esempio di microfoni dinamici è rappresentato dai “pistolotti” neri che usano Fedez e Luis Sal per il podcast Muschio Selvaggio; i migliori secondo Zenti sono lo Shure SM7 e l’Electro-Voice RE20. Per realizzare interviste o registrare rumori in giro invece «si può usare un registratore con il microfono incorporato, come lo Zoom H5 o il Tascam DR-100. L’ideale sarebbe dotarsi di un microfono shotgun o "a canna di fucile", quelli stretti e lunghi, che aiutano a isolare l'ambiente circostante e a riprendere bene il suono che si cerca. La cosa importante è però avere sempre un antivento di alta qualità per evitare che l'aria rovini il suono».

App e sistemi operativi per il montaggio e l'editing

Anche sul fronte delle app e dei sistemi operativi abbiamo varie opzioni. Una delle soluzioni più intuitive è l’app Spreaker Studio (per mobile). «È pensata per semplificare al massimo i processi tecnologici, funziona come una consolle per dj», afferma Zenti. «Consente di realizzare il montaggio su un’unica traccia, attraverso una serie di operazioni di trim and crop. E offre anche l’opportunità di inserire elementi di sound design: ci sono un canale per la voce e uno per altre cose; si può parlare sopra una base musicale, aggiungere degli effetti sonori o connettere un’altra persona attraverso Skype». Una valida alternativa a Spreaker Studio è Anchor, di proprietà di Spotify. Mentre per chi cimentarsi in qualcosa di più sofisticato esistono vari software per registrazioni multitraccia, tra cui Reaper (la licenza per uso personale costa 60 dollari e garantisce due mesi di prova gratuita); Audacity (che è open source e quindi gratis; secondo Zenti «si può paragonare a una Panda: è duro da usare, ma quando impari a usarlo poi puoi fare qualunque cosa»); Audition (a pagamento; «tra i software multitraccia non è il più evoluto, ma molti che arrivano dalla grafica ce l'hanno già nelle suite Adobe»); Pro Tools (lo standard industriale); Studio One; e Hindenburg (pensato apposta per podcaster e reporter).

Equalizzazione e compressione

Qui ci spostiamo su un aspetto che si può considerare già da professionisti. Lavorando su file multitraccia si possono eseguire alcune operazioni meccaniche per fare sì che le nostre registrazioni suonino meglio: le definizioni tecniche sono equalizzazione e compressione. Nel primo caso, si tratta di «mettere le mani nel file audio per eliminare le frequenze meno piacevoli all’ascolto (come nel caso in cui ci siano troppi bassi)». La compressione è invece il processo che permette di «dare corpo a tutti gli elementi della registrazione: si prendono le frequenze che l’orecchio sente a fatica e le si porta in un raggio di frequenza tale per cui si sentano bene». Per esempio, se usiamo il registratore vocale dello smartphone è probabile che la nostra registrazione risulterà parecchio compressa, dal momento che il cellulare tende a comprimere molto i file.

Le piattaforme di hosting

È arrivato il momento di mettere il nostro file audio su una piattaforma di hosting, ossia un luogo dove parcheggiare il file. Innanzitutto vediamo qual é il formato migliore: «Per un podcast che dev’essere scaricato agilmente nel telefono, un buon compromesso tra qualità e leggerezza è un mp3 a 128k di compressione. Comprimere a un bit rate più basso rischia di deteriorare l'esperienza d'ascolto». Tornando alle piattaforme hosting, ossia quelle dove caricare il file, ecco le principali: Spreaker (che offre un piano gratuito fino a cinque ore di audio storage), Anchor (gratuita, ma chi opta per questa soluzione si ritrova con il logo di Anchor sulla copertina del proprio podcast) e Buzzsprout (gratuita per due ore al mese). Oppure c’é l’opzione del self-hosting, che consiste nel comprarsi uno spazio Internet e crearsi il proprio database.

L'importanza dell'intro e della copertina

Quando creiamo il nostro podcast dobbiamo tenere a mente che è fondamentale avere un’intro, ossia una presentazione del nostro show. «Quest’esigenza si è creata perché qualche anno fa Apple, che aveva il monopolio del settore, accettava soltanto feed RSS che includessero la copertina del programma e almeno un episodio», spiega Zenti. «Ma non era possibile sapere esattamente quanto tempo sarebbe trascorso dal momento del caricamento del file audio sulla piattaforma di hosting a quello in cui il file stesso sarebbe comparso su Apple Podcasts o iTunes. I podcaster però non volevano pubblicare il primo episodio del loro show senza sapere quando sarebbe uscito, e così si era diffusa l’abitudine di caricare innanzitutto un trailer o un’intro. Su Spotify l’intro è la prima cosa che si vede di un podcast. L’intro è lo spazio dove settiamo le regole con gli ascoltatori, dove diciamo con che cadenza pubblicheremo i nuovi episodi».

Il feed RSS

Abbiamo citato il feed RSS, di cui forse avete già sentito parlare. Ma di che cosa si tratta? Per spiegarlo, Zenti fa un paragone azzeccato: «È come la foto che facciamo quando parcheggiamo l’auto al centro commerciale per sapere dove l’abbiamo messa. È lo spazio dove abbiamo parcheggiato il file audio. Quando distribuiamo il feed diciamo agli ascoltatori dov’è parcheggiato il nostro podcast. La tecnologia del feed RSS consente a chi si iscrive di essere aggiornato ogni volta che il feed viene modificato». Il feed RSS associato al nostro podcast si genera automaticamente nel momento in cui carichiamo il nostro file sulla piattaforma di hosting e creiamo così un programma.

Le piattaforme di distribuzione

Una volta caricato il nostro file sulla piattaforma di hosting dobbiamo farlo arrivare alle piattaforme di distribuzione, attraverso cui le persone possono ascoltarlo. «Ormai quasi tutte le piattaforme di hosting si occupano anche della distribuzione: bisogna andare nella pagina dedicata all’interno della piattaforma di hosting e chiederle di mettere il nostro file su tutte le piattaforme di distribuzione disponibili. Spreaker, che oltre a essere una piattaforma di hosting è anche un’app di ascolto, carica tutto in modo che sia già predisposto per le varie piattaforme di distribuzione». Tra le più note ci sono Apple Podcasts/iTunes, Google Podcasts, Spotify, Spreaker, iHeartRadio, Deezer, Podcast Addict e Podchaser (che offre liste curate). Alcune piattaforme di distribuzione prevedono che il podcast vada caricato manualmente, come nel caso di Apple Podcasts, Spotify, Stitcher e Podcast Addict. Altre, come Google Podcasts, Overcast e Pocket Casts (gratuita con funzioni base), fanno da podcatcher, ossia pubblicano automaticamente tutto quello che trovano, in tempi variabili.

Come promuovere il proprio lavoro

Affinché il nostro podcast abbia successo bisogna lavorare su dettagli come la copertina («Ci sono un sacco di bravi illustratori in giro, commissionatela a qualcuno. Dev’essere una versione visiva del nostro podcast», suggerisce Zenti) e sull’attività di promozione. Ricordiamoci che dobbiamo competere con altri 900mila podcast! Per promuovere il nostro programma possiamo puntare sui social media: secondo il responsabile dei contenuti di Voxnest, la cosa migliore è sceglierne uno e investirci molto.

Occhio alle statistiche

Infine, non dimentichiamo di dare un’occhiata alle statistiche. Spreaker è un ottimo strumento anche sotto questo aspetto, dal momento che presenta una sezione dedicata a statistiche pensate e costruire apposta per i podcast (incluse nei piani a pagamento “broadcaster” e “anchorman”). L’alternativa è quella di basarsi su Google Analytics, che però offre statistiche di tipo generico. Grazie alle statistiche possiamo per esempio capire che cosa funziona e scoprire da dove e quando ci ascoltano le persone e quanti sono i nostri ascoltatori.

Alla prossima settimana!