Tre interviste per tre podcast: il dietro le quinte di "Tell Me Mama", "Lievito Madre" e "Senti20"

Trovi poi altri otto consigli d'ascolto tra i podcast e gli audiolibri usciti negli ultimi giorni, le notizie della settimana e i suggerimenti di lettura (con una bellissima storia dal Senegal)

Ciao! Io sono Andrea Federica de Cesco e questa è Questioni d’orecchio, il mio spazio settimanale dedicato a podcast, audiolibri e altri contenuti audio.

Per questo giorno di festa ho scelto di proporti tre interviste alle persone dietro ad altrettanti podcast usciti nei giorni scorsi. Il primo offre il ritratto di nove donne afrodiscendenti, il secondo parla di cibo e il terzo esplora il mondo della generazione Z. Tutte e tre le interviste iniziano con una domanda che, per quanto banale, considero sempre necessaria: «Come nasce il podcast?». Ho trovato tutte le risposte super interessanti. Spero lo saranno anche per te.

E se questi tre podcast non ti bastassero, a seguire ci sono altri otto consigli di ascolto, anche di audiolibri. Poi, qualche notizia e i suggerimenti di lettura.

L’analisi di Mirko Lagonegro, che ogni settimana approfondisce un tema diverso riguardo all’audio parlato, tornerà invece mercoledì prossimo.

Intanto, buon due giugno!

[Avviso: il client di posta probabilmente taglierà l’email, per leggerla tutta clicca sul link che troverai in fondo]


Questioni d’orecchio è una newsletter indipendente che richiede diverse ore, talvolta giorni, di lavoro. Affinché possa essere sostenibile economicamente è necessario il supporto dei suoi lettori e delle sue lettrici. Cliccando su “Subscribe now” puoi scegliere uno dei piani a pagamento (5 euro al mese o 30 all’anno; ma per i super sostenitori c’è anche l’opzione da 90 euro all’anno).
E se ti sei già iscrittə, GRAZIE! 💚


Le donne nere artiste di Tell me mama

Sono tutte donne afrodiscendenti in attività le protagoniste di Tell Me Mama. E anche le due ideatrici, autrici e conduttrici del podcast hanno origini africane. Loro, per la precisione, sono afroitaliane: la scrittrice Igiaba Scego è italiana e somala, l’attrice Esther Elisha è italobeninese. Nelle otto puntate della serie audio, prodotta da Rossella Pivanti e disponibile in esclusiva su Storytel (se non sei iscrittə è previsto un periodo gratuito di 14 giorni), Elisha e Igiaba delineano i ritratti di nove artiste nere, le cui storie appassionanti possono rappresentare una fonte di ispirazione per chiunque: la scrittrice anglonigeriana Bernardine Evaristo, la fondatrice di Black Lives Matter Canada Janaya Future Khan, la filosofa e attivista brasiliana Djamila Ribeiro, le registe francosenegalesi Maïmouna Doucouré e Mati Diop, l’artista afroamericana Kara Walker, la scrittrice e femminista nigeriana Chimamanda Ngozie Adichie, la poetessa, attrice, cantante e sceneggiatrice britannica di origini ghanesi Michaela Coel e la blogger e imprenditrice italiana e ghanese Evelyne S. Afaawa.

Com'è nata la serie? Qual è il suo scopo?
«Il podcast nasce dalla nostra amicizia. Siamo amiche da tanto tempo e avevamo un desiderio fortissimo di lavorare anche insieme legando le nostre due professionalità artistiche - siamo un'attrice e una scrittrice. Nasce anche da un momento storico, ovvero dalla presa di coscienza globale della condizione degli afrodiscendenti e delle loro lotte. Il 2020 è stato l'anno del Covid, ma per molti di noi è l'anno in cui è morto George Floyd e in cui tutto il mondo black, dagli Stati Uniti al Brasile passando per l'Italia, non solo ha protestato, ma si è messo al centro di un cambiamento strutturale della società. Volevamo parlare di questo dolore e al contempo di questo fermento. E lo abbiamo incarnato in queste nostre personagge, donne che stimiamo, amiamo e ammiriamo. Abbiamo messo al centro la donna nera, la donna nera artista, perché noi siamo donne nere artiste e perché la lotta delle donne è intersezionale, contro il razzismo, contro il sessismo, contro il classismo. Poi chiaramente è anche un podcast pop. E non a caso c'è molto di noi, dei nostri interessi, della nostra vita e tante tisane. Eh sì… noi quando ci vediamo siamo il trionfo di tè e tisane».

E il titolo come lo avete scelto?
«Il titolo Tell Me Mama fa vedere subito a chi ascolta che è immerso in una conversazione. Le Mamas siamo noi due, ma anche le nostre personagge. Donne che partoriscono il futuro. Tell Me Mama è un po' come “c'era una volta”, ti fa entrare in un mondo, quello di Esther e Igiaba. Un ambiente intimo, ma anche collettivo, dove non si ha paura di affrontare i fantasmi della società in cui viviamo».
[Nella prima puntata del podcast le due conduttrici specificano: «Le abbiamo chiamate Mamas perché con il loro percorso, fedele a loro stesse, partoriscono il futuro»]

Come avete selezionato le nove protagoniste? Cosa le accomuna, oltre al fatto di essere afrodiscendenti? 
«È stato difficile fare una selezione, perché, per fortuna, le donne afrodiscendenti che ammiriamo sono davvero molte. Infatti Tell Me Mama potrebbe andare avanti per altre infinite stagioni. Ci sembrava che questa selezione spaziasse a livello artistico, geografico e generazionale e che il loro percorso parlasse in maniera molto diretta ai giorni che stiamo vivendo.
Sono tutte persone che hanno perseguito un sogno, hanno tracciato il loro percorso in maniera molto personale e coraggiosa, senza farsi incasellare. Lottano tutte contro gli stereotipi e sono profondamente libere. Le ammiriamo e ci stimolano, è stato molto bello approfondire quelli che sono stati i loro punti di svolta, i loro riferimenti, un viaggio per noi estremamente arricchente».

Voi avete avuto o avete una figura di riferimento? Chi è e in che cosa vi ha ispirato o vi ispira? 
«Tutte le donne del nostro podcast sono per noi figure di riferimento. E poi come abbiamo detto in un episodio, Oprah, la regina, Oprah Winfrey è una donna che è di grande ispirazione perché mette al centro la realizzazione dei propri sogni. Il suo messaggio è, da sempre, quello di dare il massimo di sé stessi, utilizzando al meglio i propri talenti, ma non in maniera egoistica, bensì per dare un contributo all’umanità e ognuno di noi può dare il suo».

In qualche modo avevate già lavorato insieme: Esther è la narratrice dei due libri di Igiaba disponibili in versione audiolibro su Storytel, La mia casa è dove sono e Caetano Veloso. Igiaba, per te cos'ha significato ascoltare i tuoi libri trasformati in racconti a voce? E per te Esther com'è stato interpretare le parole di Igiaba? 
Esther: «Come Igiaba sa, per me rileggere i suoi libri, che conoscevo già, nel buio della sala, è stato un grande regalo. È stata una specie di rivelazione, un’esperienza completamente differente, è come se fossero scritti per essere letti ad alta voce. Le parole di Igiaba sono vive, i personaggi di carne».
Igiaba: «Mi considero fortunatissima. Sentire Esther leggere le mie parole mi ha donato gioia. È stato un privilegio poi lavorare con lei al podcast. Mi sono divertita, ho imparato tante cose, mi sono messa alla prova ed è bellissimo quando lo fai con una persona come Esther di cui ammiri il lavoro, il talento e che allo stesso tempo è un'amica del cuore. Sì, sono proprio fortunata. I miei libri letti da lei mi scaldano ogni volta il cuore».

Come vi siete conosciute? E cosa vi unisce? 
Esther: «Sono io ad aver stalkerato Igiaba, avevo letto il suo primo libro La nomade che amava Alfred Hitchcock e tramite un contatto in comune avevo avuto il suo numero di telefono. La chiamai e le dissi che avevo amato il suo libro e che volevo scrivere un film con lei. Poi siamo diventate amiche e Igiaba mi ha sempre coinvolta in esperienze estremamente arricchenti, come ad esempio il Festival di Internazionale, ma ancora un film non lo abbiamo scritto… Si vedrà…».
Igiaba: «Ci unisce l'affetto, ci vogliamo molto bene, e ci unisce il fatto che siamo artiste. Questo è molto importante da sottolineare. Infatti ogni volta dobbiamo ribadire di non essere attiviste, ma che parliamo dei temi che ci stanno a cuore con l'arte che abbiamo scelto. L'arte è la nostra politica, la nostra coperta di Linus, il nostro linguaggio, il nostro sogno. Attraverso la nostra arte parliamo a noi stesse e agli altri. Attraverso l'arte guardiamo il mondo e le sue pazzie».

Com'è stato crescere in Italia, in quanto donne con la pelle nera? E quali difficoltà avete incontrato, se ne avete incontrate, nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana?
«Per scoprirlo dovete ascoltare il nostro podcast… (ridono) In ogni episodio parliamo non solo delle nostre personagge, ma anche di noi, di ciò che ci appassiona e delle difficoltà che ci hanno formate. Nell’episodio otto chiacchieriamo con Evelyne Sarah Afawaa, una giovane imprenditrice italiana e ghanese e con lei tocchiamo anche il tema dell’essere afrodiscendenti in Italia. Ci teniamo a precisare, però, che il nostro non è un podcast sul razzismo, ma un podcast che racconta di donne che consideriamo straordinarie. E che essendo nere per forza di cose si sono dovute confrontare con il razzismo - ma non è quello il tema del podcast. Raccontando di loro rispondiamo a un bisogno, nostro in primis, ma che sappiamo essere di molte e molti, ovvero quello di avere figure di riferimento più eterogenee». 

Secondo voi la cultura black negli ultimi anni sta riuscendo a trovare più spazio in Italia?
«In realtà, l'interesse per chi viene dal mondo black e non solo black - pensiamo a tutte le persone di origine non italiana - nell'ambito della produzione artistica non è un fattore nuovo. Pensiamo solo alla letteratura. Già negli anni Novanta e inizio anni 2000 scrittori come Pap Khouma, Amara Lakhous, Kossi Komla Ebri, Christiana de Caldas Brito si erano affacciati sulla scena artistica e avevano prodotto opere di cui si parla ancora adesso. C'era molto fermento. Purtroppo questo fermento, che ha lambito in modo meno forte il mondo del cinema, si è interrotto intorno al 2010. Ora assistiamo a un nuova ondata di interesse in vari campi. Pensiamo solo ai rapper Ghali e Mahmood per citare i più famosi. Editori, produttori, direttori/direttrici di giornali nonché il mondo dei podcast si sta accorgendo finalmente di questa nuova ondata. Gli spazi non sono concessi, ma presi con la forza del talento. Ora l'interesse è molto legato all'afrodiscendenza e al mondo arabofono. Ma siamo sicure che sono maturi i tempi per l'emersione dell’interessante scena latinas italiana e di tutte quelle persone che sono originarie dell'Est Europa. La cosa bella è che la nostra Italia è creola. Peccato però che la politica non si decida a fare una legge sulla cittadinanza, condannando tante persone nate e cresciute qui a essere straniere nella propria nazione come dice Amir, il rapper. Insomma una vergogna».

Le verità sulle leggende del cibo di Lievito madre

Sono già usciti in Italia podcast dedicati alla cucina. Ma Lievito Madre è diverso. Perché è diverso il modo in cui parla dell’argomento. Lo fa attraverso il racconto, l’analisi, la critica e l’approfondimento del e sul cibo nel nostro Paese. La serie, realizzata da Piano P, è condotta da Eugenio Signoroni, responsabile di due guide di Slow Food (Birre e Osterie d'Italia) e tra i primi laureati dell'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (frazione di Bra, in provincia di Cuneo) - che ha collaborato al podcast. Signoroni, anche attraverso interviste ad alcuni dei nomi più importanti del settore a livello internazionale, inquadra i fenomeni da un punto di vista storico, sociale e politico e spiega in che modo il pane o la birra artigianale sono espressioni della cultura e del costume. L’obiettivo è raccontare la verità sulle leggende del cibo, dal chilometro zero ai vini naturali. Sono previsti sei episodi, in uscita per sei venerdì consecutivi sulle app d’ascolto gratuite. Al momento ne è uscito uno, sul lievito madre. Il podcast è opera di Carlo Annese (fondatore di Piano P), con l’editing di Giulia Pacchiarini. Ed è stato proprio Annese a rispondere alle mie domande.

Come nasce il podcast?
«Lievito Madre nasce da una mia antica passione per il racconto del cibo – da quando mio padre, nel 1982, portò a casa il primo numero del mensile La Gola, da cui poi sarebbe nato il movimento Slow Food – e da un contatto che Eugenio Signoroni mi ha chiesto via mail più di tre anni fa. Eugenio è un ascoltatore seriale dei podcast di Piano P, e fin dall'inizio ha condiviso la necessità di spiegare alcuni termini che hanno smesso di essere propri di una élite gastronomica e sono diventati patrimonio comune - lievito madre, appunto, o chilometro zero, vino naturale, ecc. Spiegare vuol dire raccontare in profondità, attraverso storie individuali, riferimenti storici, documenti, descrizioni di prove, esperimenti ed errori, dando quindi spazio a una molteplicità di voci».

Quali sono i vostri riferimenti?
«Il riferimento più importante è Why We Eat What We Eat, una delle tante serie di Gimlet Media da cui ho tratto insegnamenti preziosi. Rappresenta bene la nostra idea di racconto sul cibo: storia, società e costume, più che ricette, ingredienti e metodi di cottura. Sei episodi, usciti nel 2017, l'ultimo dei quali si intitola Breaking Bread e richiama quello che Davide Longoni racconta nel primo episodio di Lievito Madre a proposito della radice della parola "compagnia": cum panis, condividere il pane. Poi alcune interviste di Munchies, il podcast della sezione Food di Vice, e gli episodi meno cronistici e “di servizio” di The Sporkful, al momento la serie migliore tra quelle attive. E poi, naturalmente, le puntate televisive di Chef’s Table su Netflix».

A un certo punto Signoroni parla di un «grosso limite» del podcast: «non sostituisce né il gusto né l’olfatto». Pensi anche tu che sia un limite? 
«Al contrario, penso sia un'opportunità, un escamotage narrativo naturale per cercare significati e parole nuove nel raccontare. “Non potendo farvi assaggiare o annusare una pagnotta, faccio ricorso a due termini: complessità e variabilità”, dice Signoroni. Credo sia più interessante costruire il contesto, far capire in che modo si è arrivati a determinati sapori, piuttosto che chiedere a chi ascolta di credere sulla fiducia che quella pagnotta sa di caramello bruciato o di mandorla. Quello lo fa già Masterchef: se ci pensi, nessuno di noi ha mai assaggiato un piatto di un concorrente, eppure stiliamo classifiche di merito in base alle valutazioni dei giudici e all’estetica delle telecamere».

In generale, quali sono le difficoltà o le sfide di fare un podcast che parla di cucina?
«La maggiore difficoltà sta nella convinzione che per fare un buon podcast sul cibo si debba far sentire il suono delle stoviglie in cucina. Forse non è necessario, non aggiunge nulla di particolarmente significativo, se già il racconto e le voci raccolte sono autentiche».

Quali ritieni siano invece le potenzialità?
«Le potenzialità sono enormi, poiché attraverso il cibo possiamo raccontare chi siamo e come siamo diventati. Ci sono tradizioni nuove, culture che si incrociano, tecniche e tecnologie che vengono sperimentate continuamente: tutti argomenti che aspettano solo di essere raccontati e, come scrivevo prima, di essere spiegati. Dopo le archistar, sono gli chef i grandi storyteller degli ultimi anni, donne e uomini che hanno influenzato il nostro gusto e, di conseguenza, le nostre abitudini. Pensa a David Chang, il fondatore della catena di ristoranti Momofuku e uno dei cuochi più geniali, che conduce conversazioni interessantissime con gli ospiti più diversi, in cui la cucina è solo un pretesto. Anche senza stelle, c’è un mondo da raccontare, in continua evoluzione».

Il mondo della generazione Z di Senti20

Nel febbraio 2019 Sofia Viscardi e un team di ventenni davano vita a Venti, progetto editoriale digitale (ha un canale YouTube e un profilo Instagram) ideato e prodotto in collaborazione con Show Reel Media Group e mirato a declinare l’informazione in forme e linguaggi più familiari ai nativi digitali. Si parla di cosa significa avere vent’anni, di cultura, di new normal, di amore e femminismo, di futuro e sostenibilità. Ora Venti ha anche un podcast, anche in questo caso ideato e prodotto in collaborazione con Show Reel Media Group e distribuito in esclusiva da Spotify. Si intitola Senti20 e si snoda attraverso cinquanta puntate pubblicate con cadenza settimanale ogni domenica, nelle quali Sofia Viscardi, Irene Graziosi e Lorenzo Luporini esplorano argomenti cari alla generazione Z: dai rapporti sentimentali ai social media, dalla vita universitaria al sesso. Al momento sono uscite due puntate: nella prima i tre rispondono - ciascuno a modo proprio - alla fatidica domanda “Chi paga al primo appuntamento?”, nella seconda riflettono sulla gelosia.

Come nasce il podcast?
Sofia: «I primi pranzi in ufficio, quando Venti era appena nato, li passavamo a chiacchierare di tantissime cose e ogni volta che dovevamo rimetterci a lavorare qualcuno diceva: “Cavolo, dovremmo registrare le nostre conversazioni del pranzo, così informali come sono”. Così abbiamo fatto e grazie alla collaborazione con Spotify è diventato un loro podcast originale. Come fossimo al bar a bere un drink e spuntasse un argomento di conversazione che poi torni a casa pieno di spunti nuovi o solo felice di esserti confrontato con gli amici. E senza accorgertene ti arricchisci sempre un po’».
Lorenzo: «Mi viene quasi da dire “Come poteva non nascere?”. Noi tre siamo cintura nera di chiacchierare e farlo davanti ad un microfono piuttosto che a una telecamera rende il tutto ancora più spontaneo e genuino. Penso sia molto interessante perché non ci siamo mai sentiti di appartenere a uno specifico contenitore come può essere ad esempio Youtube. È molto stimolante per noi esplorare mondi nuovi. Penso che la libertà di scegliere cosa ascoltare o guardare ci abbia resi sempre più attenti al contenuto piuttosto che al contenitore».
Irene: «Già dall'inizio di Venti avevamo in mente di creare un podcast che trattasse questioni affettive, solo che in origine l'idea era di avere un podcast di soli dieci episodi della durata di un'ora. Con il tempo, man mano che Venti è cresciuto e ha trovato un'identità più definita, il progetto del podcast ha assunto delle sembianze più simili a ciò che stavamo diventando: un luogo accogliente per una community di persone che ha voglia di scoprire il mondo e farsi delle domande per navigarlo. Quindi ora sono cinquanta puntate, più brevi, che affrontano alcuni nodi del quotidiano con un tono amichevole, grazie anche ai messaggi di chi ci segue».

Quali sono le principali differenze rispetto ai canali di Venti già esistenti?
Sofia: «La principale differenza è la totale spontaneità nel contenuto. Il formato audio mi fa sentire più a mio agio perché non devo preoccuparmi di come sono messa/seduta/inquadrata e questo mi distende. Ci prendiamo in giro, ci contraddiciamo, ci confrontiamo, cambiamo idea, ci permettiamo di sbagliare e scherzare con leggerezza e questo è molto bello».
Lorenzo: «La libertà di essere leggeri, di contraddirci, di giocare a prendere posizioni anche solo per fare innervosire l’altro. Internet non è un posto particolarmente spiritoso mentre invece nel podcast non abbiamo la sensazione di dover dare un consiglio o far arrivare dei bei commenti. Ci vogliamo solo divertire e pensiamo si senta!».
Irene: «Ci sentiamo sicuramente più liberi con il solo audio. Quando alle parole è appicciata concretamente la tua faccia ti senti automaticamente più esposto e quindi più vulnerabile. In Senti20 ci permettiamo di essere più simili a ciò che siamo realmente. E poi prima di questo progetto era raro che fossimo tutti e tre in uno stesso video, quindi è stato divertentissimo avere le nostre tre teste insieme in studio, soprattutto in piena pandemia. Poi i podcast non possono essere commentati: relax».

Credete che sia un mezzo che può attrarre la generazione Z? Perché?
Sofia: «La cosa bella del podcast è che permette la fruizione senza totalizzare l’attenzione. Si possono ascoltare podcast in doccia, mentre si cucina, mentre si cammina, si disegna, si riposa. Ed è quindi un contenuto che nella vita frenetica di una generazione super stimolata è molto facile da incastrare tra le mille cose».
Lorenzo: «È il contenuto con una fruizione più snella in assoluto. Puoi ascoltarlo mentre fai la spesa, mentre vai a scuola o fai esercizi. Il video richiede la tua totale attenzione. Crediamo che con i podcast si possa essere meno “prepotenti” nell’attenzione che richiediamo ai nostri fruitori. E questo non per dire che la generazione Z sia poco attenta anzi. Solo che in un mare di contenuti pensiamo sia importante offrire divere possibilità di fruizione».
Irene: «La generazione Z, per come si sono evolute le cose in ambito mediatico, è più attratta dal contenuto che dal contenitore. Questo significa che se il contenuto piaceva già prima, sarà naturale per i più giovani seguire il creator sul medium che sceglie di utilizzare, anche in virtù dell'alfabetizzazione tecnologica molto più ampia rispetto alle generazioni precedenti. Questo vale per noi, ma vale anche per chi lavora con Twitch per esempio».

Come scegliete i temi delle puntate? E come le strutturate?
Irene: «I temi delle puntate vengono scelti in base a ciò che viviamo e a ciò che vive la nostra community. Un esempio: se uno di noi venisse ghostato (ossia uscisse con qualcuno/a che poi scompare nel nulla) allora probabilmente ne parleremmo insieme cercando di analizzare sia la dimensione emotiva dell'accaduto sia azzardando ipotesi sui motivi di tale comportamento. E da questi ragionamenti scaturirebbe sicuramente una puntata. Per quanto riguarda la struttura: ciascuno di noi si assegna un tema ed è incaricato di quel tema, quindi raccoglie i vocali della community, stila una scaletta di bullet point da proporre agli altri due e fa da conduttore di puntata. È un ottimo metodo perché rende tutto più fluido e ordinato».
Lorenzo: «Confermo quello che dice Irene: abbiamo un “incaricato” (che fa un po’ ridere) che redige una sorta di scaletta e raccoglie gli audio che ci arrivano dalla community o nostri conoscenti. Oltre alle nostre esperienze di vita, che restano il principale bacino di idee del nostro lavoro, ci affidiamo tanto al feedback che arriva dagli ascoltatori. Tanti temi arrivano proprio dai commenti o dai messaggi in direct».
Sofia: «Hanno già risposto in maniera esaustiva i miei colleghi. Venti è uno spazio sicuro dove conversare di ciò che ci succede, a noi e alla nostra community. Senti20 in questo non è diverso, molti dei temi vengono fuori davvero al bar quando ci raccontiamo cosa stiamo combinando o provando».

Le altre novità da ascoltare

Podcast

  • Qui si fa l’Italia: podcast ideato e prodotto da Lorenzo Pregliasco e Lorenzo Baravalle per Spotify che racconta il 2 giugno 1946 e altri sette momenti che hanno segnato un prima e un dopo nella storia repubblicana. Un episodio ogni mercoledì, per otto settimane.

  • Sete: branded podcast sci-fi scritto da Gianluca Taraborelli e narrato da Federica Simonelli, è un’avventura in dieci episodi durante la quale scienziati, attivisti, campioni di videogiochi e oscure sette religiose si confrontano con l’emergenza climatica e la sete di potere. Una produzione di oSuonoMio in collaborazione con Eurostandard.

  • Una leggenda per due: serie a cura di Dario Costa e Dario Ronzulli prodotta da Gli Elefanti che narra la prima grande rivalità nella storia dello sport italiano, tra Costante Girardengo e Alfredo Binda, pionieri del ciclismo di inizio Novecento.

  • Una macchina chiamata corpo: podcast de Gli Ascoltabili per Spotify in cui il chirurgo ortopedico e divulgatore Stefano Guerrasio racconta i segreti del corpo umano affidandosi alla voce di professionisti della medicina che, a partire dalla propria esperienza e dalle proprie scelte di vita, trattano e affrontano temi e patologie vicine al pubblico, a partire dalla lombalgia. Un nuovo episodio per 12 (o 14, ancora non è deciso) giovedì.

    *STRANO MA VERO: LA CASE Books ha pubblicato il primo podcast (in inglese) pensato per i cani, Home alone, your doggie podcast.

Audiolibri

  • Questo giorno che incombe di Antonella Lattanzi, con la voce di Ornella Amodio (su Audible): Francesca, dopo essersi trasferita con la famiglia in una nuova città, inizia a soffrire di paranoia e vuoti di memoria. Finché un giorno, dal cortile, arriva un grido. È scomparsa una bambina e la donna non ricorda cos’ha fatto nelle ultime ore. [Durata: 14 ore e 55 minuti]

  • Il deserto dei tartari di Dino Buzzati con la voce di Gioele Dix (su Audible): in una fortezza ai limiti del deserto una guarnigione aspetta l'arrivo dei tartari invasori. Ma sarà una lunghissima, vana, logorante attesa. [Durata: sette ore e due minuti]

  • La custode del miele e delle api di Cristina Caboni con la voce di Elisa Giorgio (su Audible): Angelica è un’apicultrice itinerante e l’unico posto dove si sente a casa è tra le sue api. Il suo dono speciale è quello di sapere trovare il miele giusto per tutti. Glielo ha insegnato la donna che l’ha cresciuta, in un’isola al largo della Sardegna, dove l’aspetta un’eredità. [Durata: dieci ore e 55 minuti]

  • Patria di Fernando Aramburu con la voce di Valerio Amoruso (su Storytel e su Audible): le famiglie di Joxian e del Txato, cresciuti nello stesso paesino alle porte di San Sebastián, sono legate a doppio filo. Finché il Txato, con la sua impresa di trasporti, viene preso di mira dall’ETA e dopo una serie di messaggi intimidatori cade vittima di un attentato. [Durata: venti ore e 44 minuti]


Le notizie della settimana

  • Il lancio di Apple Podcast Subscriptions è stato posticipato a giugno. Apple lo ha annunciato attraverso un’email inviata ai podcaster.

  • A proposito di iscrizioni ai podcast, la nuovissima piattaforma di hosting per podcast Mumbler «permette a qualunque podcaster di creare il proprio podcast a pagamento in tre clic».

  • Vois.fm, podcast media company specializzata nei branded podcast, ha lanciato VOISLAND, il primo podcast network italiano. Con un duplice scopo: «abilitare una generazione di podcasters e connettere le aziende con un pubblico premium».


I consigli di lettura

  • Steve Redwine nella newsletter Sounds Profitable spiega, passo per passo, come scrivere una pubblicità per i podcast efficace, ossia che induca gli ascoltatori ad acquistare il prodotto o servizio sponsorizzato.

  • Molti podcast di successo non rientrano nella classifica dei 100 podcast più popolari. Scrive Evo Terra nella sua newsletter: «Oltre il 50% delle ore che le persone trascorrono ad ascoltare i podcast vengono impiegate ad ascoltare podcast che non sono tra i primi 100».

  • Un bellissimo articolo di Nellie Peyton su Quartz: “Il Senegal sta preservando la propria storia orale in un podcast”.

  • Settimana scorsa avevo segnalato un articolo del Guardian in cui Fiona Sturges scrive che le celebrità potrebbero rovinare il mondo del podcasting. Tom Webster nella sua newsletter sostiene che non esiste alcun rischio del genere.


Sei arrivatə alla fine di questa newsletter. Vuoi scrivermi? La mia email è andreaf.decesco@gmail.com. Ma mi trovi anche su InstagramFacebook e Twitter.
A mercoledì prossimo!